"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza" di A. Gramsci.

martedì 12 settembre 2017

Autoveicoli elettrici: Italia fanalino di coda, FCA mette in cassintegrazione e Germania investe 20mld

La Germania è sicuramente un riferimento politico affidabile che ha realizzato buone pratiche nell'ambito delle politiche energetiche ed industriali.
Modelli autoveicoli elettrici


Non solo perché vuol chiudere con il nucleare entro il 2022. Sta realizzando un programma di transizione energetica denominato Energiewende rivolto all'impiego e alla produzione di energia rinnovabile con risultati sorprendenti. Un valido esempio è l'obiettivo raggiunto nelle prime settimane di maggio 2017, l'85% dell'elettricità consumata dai tedeschi proveniva da fonti energetiche rinnovabili


Ma l'impegno dei tedeschi non termina qui. 


Proprio in questi giorni, il Gruppo Volkswagen ha presentato al salone dell'auto di Francoforte la “Roadmap E”, un piano per l'elettrificazione dell'industria automobilistica con lo scopo di diventare leader nel settore.   


80 nuovi modelli elettrici entro il 2025; oltre 20 miliardi di euro di investimenti al 2030 destinati all'industrializzazione della mobilità elettrica; una gara per l'approvvigionamento di batterie per un valore di oltre 50 miliardi di euro per la fornitura di 150 GW di batterie.  

Modello elettrico Golf Volkswagen

Certo, nonostante un piano imponente, i tedeschi continueranno ad investire nei motori a combustione. Ma il termine corto al 2025 ci offre la percezione gratuita di quanto siamo vicini alla fine del vecchio motore a scoppio e di quanto sia inutile perseguire con l'attività legate all'estrazione degli idrocarburi che tra qualche anno si riveleranno non solo dannose per la salute e l'ambiente ma soprattutto dimenticate da un'industria e un'economia che hanno già cambiato il modo d'impiegare i propri capitali.

Una strada che l'Italia mostra di non voler ancora percorrere con impegno. Con 9000 veicoli elettrici immatricolati nel 2016 siamo il fanalino di coda dal quale bisogna emergere. Prima che tedeschi, americani, giapponesi e cinesi ci invadano con i loro modelli sarebbe opportuno che la politica non sia più assente nel settore dell'innovazione. FCA (Melfi, Pomigliano e Termini Imerese) e l'industria automobilistica italiana incominci a progettare ed adeguare i propri stabilimenti come proposto dal M5S affinché entro il 2025 anche l'Italia potrà essere capace di produrre autoveicoli elettrici per cogliere tutte le sue opportunità, come quella di occupare nuovi giovani. 

martedì 29 agosto 2017

La Total vuol far cambiare strada al petrolio Lucano. Assurdo, passa da Roma ma senza vedere il Papa



Leggevo la notizia sulla rivista Staffetta Quotidiana e non mi sembrava vera.

Al fine di superare gli ostacoli di Taranto, pur di incominciare la produzione di petrolio la Total
Percorso oleodotto Tempa Rossa - Taranto
ha deciso di cambiare strada, nel vero senso della parola. Il polo logistico Raffineria di Roma di Pantano dovrebbe ricevere via autobotte il greggio prodotto dalla Total a Tempa Rossa, in Basilicata, per poi esportarlo via mare. Almeno, questo è quello che si apprende leggendo il progetto presentatolo scorso primo agosto al Ministero dell'Ambiente dalla Raffineria di Roma Spa, la società controllata da TotalErg, titolare del deposito di Pantano di Grano che ha chiesto l'esclusione dalla Via.

Le modifiche richieste, riguardano essenzialmente la realizzazione di un nuovo ponte di scarico per la ricezione dei mezzi che trasporteranno il grezzo dal centro olii di Corleto di Perticara (PZ), per un massimo giornaliero di 170 autobotti/isocontainer aventi capacità di 30 mc, che saranno caricati fino ad un massimo di 27 m. Lo stoccaggio sarà costituito da due serbatoi esistenti presso il deposito, che saranno sottoposti agli interventi di adeguamento necessari. Il prodotto sarà trasferito attraverso le pipeline e sealine esistenti alle piattaforme di carico nave poste a largo di Fiumicino, per la successiva esportazione. Inoltre, sarà installata una nuova caldaia della potenza termica di 5,9 MW, che produrrà il vapore necessario alla implementazione del progetto (mantenimento della temperatura operativa necessaria a garantire le condizioni di fluidità del grezzo).
 
Ingresso Tempa Rossa in Basilicata
Il progetto prevede la possibilità di garantire il transito settimanale di circa 22.950 mc di greggio provenienti dal centro trattamento olii di Corleto, dove affluirà il greggio estratto a Tempa Rossa, per un totale di circa 1.100.000 mc di greggio all'anno.
Un assurdo unico che dovrebbe far sollevare l’opposizione di tutto il centro meridione. In Basilicata abbiamo avuto già gravi incidenti che hanno messo a rischio l’ambiente, in particolare i corsi d’acqua. Un motivo in più per sostenere la petizione online sulla chiusura dei pozzi di petrolio in Basilicata che attualmente ha già raggiunto le oltre 5000 firme anche se lanciata solo pochi mesi fa dall’Associazione ScanZiamo le Scorie.

Sul progetto è aperta fino al 18 settembre la consultazione pubblica per la quale è possibile di inviare osservazioni al ministero dell'Ambiente.

venerdì 21 luglio 2017

Per la Regione il petrolio Lucano deve riaprire. Ma a che punto è l'impatto sull'ambiente?



A volte a pensar male ci si azzecca? 

Sicuramente approfondire gli argomenti è sempre un esercizio utile, in particolare se il confronto diventa sincero e trasparente. 

Senza grandi pretese proviamo a farlo noi qui su "Politicamente Attivi". Lo spirito è quello di contribuire a rendere più limpido il dibattito sul petrolio in Basilicata, un argomento centrale per il futuro del nostro territorio che vive di agricoltura e turismo, proiettato al 2019 con Matera Capitale della Cultura europea. 

Siamo tutti a conoscenza che con la delibera di giunta regionale del 17 luglio è stato riaperto il Centro Olio Val d'Agri (COVA) - ENI a Viggiano (PZ).

Una decisione importante che merita una lettura attenta.

Avevamo già scritto delle prescrizioni indicate a giugno dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) in considerazione delle disposizioni normative sulla protezione e la tutela dell'Ambiente. Il rispetto delle prescrizioni da parte dell'ENI sono determinanti per il riavvio e l'esercizio del COVA. 

Figura 1 - D.G.R n. 733 del 17 luglio 2017, Regione Basilicata
Successivamente, in seguito alla richiesta del 5 luglio da parte dell'ufficio di Compatibilità Ambientale della Regione Basilicata, l'ISPRA trasmette la Relazione istruttoria di verifica di ottemperanza delle prescrizioni propedeutiche per il riavvio del COVA nella quale "viene analizzata la conformità della documentazione trasmessa dalla Società rispetto alle prescrizioni propedeutiche al riavvio dell'impianto".
La Relazione viene inserita nel corpo della delibera regionale come "Allegato B" e afferma che "si ritiene che il Gestore abbia ottemperato alle prescrizioni propedeutiche al riavvio dell'impianto (Figura 1).
Sarà vero?  
Figura 2 - D.G.R n. 733 del 17 luglio 2017, Regione Basilicata
A pagina 13 delle 17 della Relazione, la prescrizione numero 3 di ISPRA chiede "una descrizione dello scenario di impatto sull'ambiente che tali rilasci potrebbero generare e delle eventuali contromisure di prevenzione e protezione dell'ambiente" (Figura 2).
Il Gestore risponde di fornire un primo riscontro alla proposta di prescrizione. Indica inoltre, che l'acquifero superficiale ed i terreni ... presentano evidenze di contaminazione riconducibili agli idrocarburi fuoriusciti dal serbatoio D, "tuttavia l'entità e la significatività degli impatti conseguenti sono ancora in fase di valutazione" (Figura 3).
Figura 3 - D.G.R n. 733 del 17 luglio 2017, Regione Basilicata
Personalmente ritengo la risposta del Gestore non conforme alla prescrizione dell'ISPRA.
Leggiamo attentamente questa parte.
Se gli impatti sono ancora in fase di valutazione vuol dire che non è possibile descrivere l'impatto stesso, cosi come richiesto da ISPRA.
Non possiamo considerare esaustiva questa risposta del Gestore rispetto alla prescrizione ISPRA che chiede una descrizione dello scenario di impatto sull'ambiente.
Affermare che l'entità e la significatività degli impatti conseguenti sono ancora in fase di valutazione non può essere ritenuta una descrizione sufficiente.
ISPRA e Regione Basilicata avrebbero dovuto chiedere una descrizione dell'impatto più dettagliata, almeno chiederla di riceverla entro un termine certo, ed autorizzare il riavvio e l'esercizio dell'impianto solamente quando la descrizione è realmente esaustiva, facendo conoscere ad esempio quante sono le tonnellate di olio disperse e qual è stato l'impatto sull'ambiente.
La Giunta della Regione Basilicata avrebbe dovuto quantomeno inserire questi aspetti nel testo della delibera tra le altre prescrizioni.
Informazioni necessarie per ripristinare una verità che tutti i Lucani e non solo hanno il diritto di conoscere, prima di riavviare le attività del COVA.
Mica vorrete darcela a berecon il petrolio?

Per raggiungere i 5000 mancano ancora 88 firme. Aiutaci a sostenere la petizione per chiudere i pozzi di petrolio in Basilicata: http://bit.ly/2slS7KE

martedì 27 giugno 2017

Il petrolio Lucano non è più strategico per la nazione

Ognuno vede il bicchiere come vuole, ma oggettivamente il petrolio della Basilicata sparisce dalla SEN 2017 (Strategia Energetica Nazionale).

Questo non deve farci arretrare di un solo millimetro della necessità di portare avanti la chiusura delle attività

Come è stato fatto notare dall’intervento del Professor Alberto Clò sulla rivista “Staffetta Quotidiana”, il petrolio Lucano (e non solo) sparisce dalla strategia del Governo posta in consultazione pubblica con un documento nei giorni scorsi. L’unico riferimento alla Basilicata si ha a pagina 185: la produzione italiana di greggio copre solo il 6,2% circa della domanda domestica (era circa il 9% nel 2015), dovuta principalmente alle produzioni in Basilicata.

Il petrolio in generale in Italia non è più considerato un obiettivo strategico nonostante solamente pochi anni fa nel 2013 la vecchia SEN si riteneva fondamentale lo “sviluppo di risorse energetiche e minerarie nazionali” che avrebbe consentito, vi si leggeva, di raddoppiarne la produzione (a circa 23 mil. tep) e la quota sul fabbisogno energetico (al 14%). Obiettivo recepito dal Governo di Matteo Renzi nella Legge di Stabilità del 2014 con il cd “Sblocca Italia” ove si riconosceva “l'interesse strategico e il carattere d'urgenza dell'attività upstream” 2 ma che ha visto la resistenza delle Regioni e di una forte opinione pubblica contraria espressa da un’ampia partecipazione attraverso il risultato del referendum.
Concessioni petrolifere in Basilicata

I motivi che portano a questa scelta potrebbero essere diversi, probabilmente anche legati ai danni ambientali e sanitari creati e alle inchieste giudiziarie che stanno caratterizzando questo tipo di attività.

Ricordiamo inoltre che nel prossimo quadriennio (2017-2020) scadranno 130 concessioni per un controvalore di canoni pari a 230 milioni (ossia oltre l’80 per cento dei canoni complessivi registrati per l’anno 2015). In questo scenario, in cui le concessioni perdono di rilevanza rispetto al ruolo che rivestivano nella precedente Strategia, l’interesse da parte del Ministero dello Sviluppo Economico potrebbe essersi quanto meno ridotto, tanto da riconsiderarne la necessità del rinnovo.

Vedremo! Cosa certa è che anche i petrolieri si adegueranno al cambiamento del mondo.

Di fatto il petrolio diventa meno importante in una Strategia Nazionale poco ambiziosa ed inefficace che si
inserisce in un contesto globale.  La SEN conserva il modello di generazione centralizzato alimentato dalle importazioni di gas con nuove infrastrutture come il TAP. E’ troppo timida verso il cambiamento del sistema energetico con la costruzione di un modello decentrato, alimentato dalla produzione e l’autoconsumo di energia rinnovabile, con interventi di risparmio ed efficientamento energetico.

venerdì 23 giugno 2017

Governo è soddisfatto. Sale il PIL in Italia ma non per gli agricoltori a Sud

Leggere i dati è sempre un esercizio complesso.

Prendiamo gli ultimi del 2016 su PIL (Prodotto Interno Lordo) ed occupazione pubblicati recentemente dall' ISTAT. Segnalano un aumento nazionale del PIL dello 0,9% ed un incremento dell'occupazione pari
Foto Fragola Candonga
all'1,3%, in linea con il dato del mezzogiorno.

All'apparenza sembrerebbe tutto positivo. Ma quando ci immergiamo nel particolare, in quello che ci riguarda, in ciò che ci interessa, l'umore cambia. Focalizzando l'attenzione sulle cose a noi più vicine, sul luogo in cui viviamo e lavoriamo, e ci rendiamo subito conto che non è per niente tutt a post. L'agricoltura al Sud ha subito una fortissima contrazione dello sviluppo con un - 4,5%.

Un dato che dovrebbe far alzare un grido di giustizia da parte delle migliaia di aziende agricole che operano al sud. Un grido che risponda alla propaganda del Ministro Martina e ai tweet del Ministro De Vincenti, soddisfatto della "politica meridionalistica degli ultimi 1000 giorni da i suoi frutti". Si accontenta di poco o forse sapeva che nel 2015 il PIL dell'agricoltura nel Mezzogiorno è cresciuto di ben il 7,3%. Forse non è a conoscenza del drastico calo dei prezzi che ha colpito il settore dell'ortofrutta nel 2016.
Manifestazione per l'occupazione delle terre

Credo che Martina e De Vincenti dovrebbero dare risposte urgenti per spiegare questa inversione di tendenza nel settore agricolo del sud. Perché nonostante i loro annunci al sud l'agricoltura è sofferente?

Nei prossimi giorni in Senato incomincerà l'esame del DL Mezzogiorno. Auspichiamo che si dia il giusto spazio alle policy agricole e non si pensi sempre ai soliti noti.

L'agricoltura è un settore di estrema rilevanza nell'ambito dell'economia nazionale, nella gestione e nella tutela del territorio. Secondo i dati dell'Ires Basilicata/CGIL, nel 2016 il 50% degli occupati in agricoltura sono stati nel Mezzogiorno (395.701 gli occupati al sud rispetto ai 799,154 in Italia). In Basilicata l'agricoltura nel 2016 ha occupato 13.286 con 11 mila aziende ortofrutticole (25mila ettari) presenti nel territorio.

Un giacimento che nei prossimi giorni subirà un altra mazzata con la ratifica nel parlamento italiano del CETA (trattato di libero scambio tra il Canada e Unione Europea) attualmente rinviata. Un trattato che nei prossimi giorni, oltre all'opposizione del Movimento 5 Stelle, di SEL e della lega Nord, deve trovare la forte opposizione di tutti gli agricoltori che devono sentirsi realmente protagonisti della mobilitazione.

Maggiori informazioni sul CETA  clicca qui

domenica 18 giugno 2017

I prezzi dell’ortofrutta sono in caduta. Ma chi difende gli agricoltori in Basilicata?

Dai dati raccolti, emerge che in Italia la riduzione dei prezzi ortofrutticoli prosegue dal 2015.  
Le freccette rosse in figura sono i dati ISMEA (Istituto di servizi per il mercato agricolo
alimentare) che rappresentano un vero e proprio bollettino da guerra per le aziende agricole che producono frutta: al 2 giugno i prezzi medi all'origine della frutta rispetto a quelli dello scorso anno, per le albicocche hanno subito una variazione pari a un calo del 41,2 per cento, per le pesche pari a meno 36,9 per cento, per le ciliegie pari a meno 43,7 per cento, per le nettarine pari a meno 44,1 per cento. Ricordiamo che anche la campagna delle fragole non è andata meglio.

La riduzione dei prezzi ortofrutticoli colpisce anche il cuore della Regione Basilicata in cui sono presenti 11 mila aziende ortofrutticole (25mila ettari), in buona parte nate successivamente alla riforma agraria e motore di crescita e sviluppo economico dell’area del Metapontino. Sono un nutrito numero piccole imprese agricole  “fatte di frutta”, che producono  beni di qualità che vengono esportati nei mercati italiani e nel mondo. Un settore di elevato valore economico che alimenta la cultura rurale regionale.
Nonostante il problema sia fortemente sentito direttamente dalle numerose aziende agricole presenti in Basilicata la politica non ha dato risposte. Non si sentono le organizzazioni, i sindacati e i rappresentanti politici. Ma neanche i diretti interessati, che sono gli imprenditori agricoli. 


Seppur meno rilevante in termini economici ed occupazionale, il rischio della chiusura del comparto petrolifero in Basilicata (in seguito allo sversamento del petrolio del COVA – ENI), nel quale sono occupati solamente circa 2000 persone compreso l’indotto, nutre una maggiore attenzione rispetto alla crisi dei prezzi in agricoltura che se non verrà affrontata con urgenza rischia di colpire (non 2000) ma migliaia di piccole aziende ed accupati. 


Gli imprenditori agricoltori farebbero bene a mobilitarsi per chiedere e ricevere dai loro
Scanzano J.co 1960 - Sciopero di braccianti e assegnatari
rappresentanti la giusta attenzione cosi come viene riservata per gli altri settori.


Intanto in ambito parlamentare il problema è stato posto al Ministro dell’Agricoltura Martina da parte del Senatore del M5S Gianni Girotto attraverso la presentazione di un’interrogazione nella quale si chiede quali siano le cause che abbiano determinato la riduzione del prezzo di origine per numerosi prodotti del settore ortofrutticolo e quali interventi di competenza intendano intraprendere con urgenza per tutelare le aziende agricole dalla crisi che la riduzione del prezzo ha determinato.

martedì 6 giugno 2017

Si ferma il petrolio di Tempa Rossa. La marchetta al compagno della Guidi è stata inutile

Tanto casino per nulla? Al momento cosi sembra. La marchetta per il compagno della Guidi approvata nell’esame notturno della legge di Stabilità in Senato non ha sortito ancora effetti.

Emendamento inserito nella legge di stabilità 2014

I lavori che la marchetta avrebbe dovuto sbloccare sono in stallo grazie alla forte opposizione della Regione Puglia che, il 21 giugno 2016, ha approvato all'unanimità una mozione in cui ha impegnato la Giunta Regionale a non concludere l'intesa nella procedura autorizzativa per l'adeguamento delle strutture logistiche della raffineria di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento Tempa Rossa della Total, i cui lavori sono affidati all'Eni. 

Il progetto Tempa Rossa è realizzato in gran parte nella valle del Sauro nel cuore della Basilicata e comprende:
Progetto Tempa Rossa
•    la messa in produzione di 8 pozzi;
•    la costruzione di un centro di trattamento oli dove gli idrocarburi estratti, convogliati tramite una rete di condotte interrate (pipeline), verranno trattati e separati nei diversi sottoprodotti (grezzo, gas combustibile, zolfo, GPL);
•    la costruzione di un centro di stoccaggio GPL (2 serbatoi interrati della capacità totale di 3.000 m³) dotato di 4 punti di carico stradale. A regime l'impianto avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo.

Il progetto, sostenuto da capitali privati, è stato approvato dal Cipe per un investimento di 1,6 miliardi di euro (1,3 sulla parte lucana e 300 milioni sulla parte tarantina).

Gli ottimisti ritengono che se venissero completati tutti gli impianti in Basilicata entro fine anno, anche se arrivasse il via libero dalla Puglia e l'autorizzazione unica ai lavori, bisognerebbe comunque attendere almeno altri due anni per la realizzazione delle opere.
Tempa Rossa - centro di trattamento del greggio

Un cul de sac di Total, determinato da un errore aziendale di pianificazione dello sviluppo del giacimento: è stata realizzata la gran parte del progetto prima ricevere tutte le opportune autorizzazioni da parte degli Enti interessati.

Per non rischiare il fermo dell’impianto, la Total ha avuto una idea che dovrebbe trovare l’opposizione dei tanti lucani. Per spostare l’olio lavorato a Taranto non sarà utilizzato l'oleodotto esistente ma 200 autobotti al giorno. Un volume che non garantirebbe il risultato economico e metterebbe a rischio l'ambientale buona parte del territorio Lucano.

Per il Sole 24 Ore, la Total ha già avviato un'interlocuzione con la Provincia di Potenza per un progetto di adeguamento di alcune strade provinciali. Il Comune di Corleto Perticara (PZ) al momento si è opposto al passaggio dei mezzi. La materia, secondo l’articolo del noto giornale economico, diventa oggetto di scambio da parte del Sindaco che chiede alla società francese l'assunzione dei 300 lavoratori locali che finito il Centro olio torneranno a casa.

Un ricatto reciproco tra laTotal è il Comune di Corleto dal quale il territorio Lucano ne uscirà ugualmente sconfitto, nel pieno silenzio della politica Lucana.


 Anche per questo sarebbe utile sostenere la petizione lanciata da ScanZiamo le Scorie "fermiamo i pozzi di petrolio in Basilicata".